PRP e lichen sclerosus vulvare: cosa dice la ricerca

Il lichen sclerosus vulvare è una malattia infiammatoria cronica a probabile base autoimmune, il cui trattamento di prima linea resta il corticosteroide topico ad alta potenza. Una quota rilevante di pazienti — stimata tra il 30% e il 40% — continua però ad avere sintomi, in particolare dispareunia, secchezza e perdita di elasticità, anche quando l’infiammazione è controllata.

È in questo spazio che si colloca il PRP (plasma ricco di piastrine): non come sostituto del cortisone, ma come terapia aggiuntiva orientata al recupero del trofismo e della funzione dei tessuti. Le evidenze disponibili sono incoraggianti sul piano sintomatico, ma ancora limitate sul piano metodologico: un solo studio randomizzato controllato pubblicato [Goldstein 2019], con esito negativo sull’end point istologico, a fronte di numerosi studi di coorte con risultati favorevoli

Perché questo approfondimento

Chi convive con un lichen sclerosus vulvare arriva quasi sempre alla stessa domanda: “con il cortisone lo tengo sotto controllo, ma perché continuo a stare male?”

È una domanda legittima e clinicamente fondata. La terapia corticosteroidea topica ad alta potenza è, e resta, il trattamento di riferimento: riduce l’infiammazione, controlla il prurito, rallenta la progressione delle alterazioni anatomiche e — dato tutt’altro che secondario — contribuisce a contenere il rischio di evoluzione neoplastica. Ma non è progettata per avere un altro beneficio: restituire ai tessuti elasticità, spessore e vascolarizzazione. E sono proprio queste tre proprietà a determinare la possibilità di avere rapporti sessuali senza dolore, di indossare biancheria senza bruciore, di stare seduta senza fastidio.

Il PRP nasce come tentativo di intervenire su questo secondo fronte. Questo approfondimento spiega su quali basi biologiche, con quali risultati documentati e — altrettanto importante — con quali limiti.

Che cos’è il lichen sclerosus vulvare

Il lichen sclerosus vulvare (LSV, o lichen scleroatrofico) è una dermatosi infiammatoria cronica che interessa prevalentemente la regione anogenitale. È considerata una patologia immunomediata, sostenuta da una risposta di tipo Th1 e associata all’iperespressione del microRNA miR-155; in una parte dei pazienti si riscontrano autoanticorpi diretti contro la proteina 1 della matrice extracellulare (ECM1). A questi meccanismi si affiancano un’alterata espressione dei geni coinvolti nel rimodellamento tissutale e un aumento dello stress ossidativo, entrambi implicati nella cicatrizzazione progressiva e nell’aumento del rischio di trasformazione maligna.

Chi colpisce

La distribuzione è bimodale, con due picchi: bambine in età prepuberale e donne in postmenopausa. La fascia più rappresentata è quella tra i 40 e i 50 anni, ma la malattia può insorgere a qualsiasi età. Le stime di prevalenza indicano nuove diagnosi in circa lo 0,1–0,3% dei pazienti in ambito ospedaliero generale e nell’1,7% circa delle donne inviate agli ambulatori di ginecologia. Sono numeri quasi certamente sottostimati: molte donne non parlano dei sintomi genitali, e una parte delle pazienti è asintomatica o paucisintomatica.

Come si manifesta

Un consenso internazionale Delphi pubblicato nel 2024 [Simpson 2025]  ha individuato cinque caratteristiche diagnostiche del lichen sclerosus considerate critiche da clinici e pazienti:

  • discromia biancastra della cute vulvare;
  • prurito;
  • modificazioni anatomiche;
  • seppellimento (burying) del clitoride;
  • netto miglioramento con il corticosteroide topico.


A queste si aggiungono elementi importanti ma non dirimenti: cute increspata, ecchimosi sottocutanee, ragadi alla forchetta posteriore, erosioni, perdita di elasticità, ispessimento cutaneo, dolore legato o non legato all’attività sessuale, ragadi perianali, assenza di interessamento vaginale.

Perché non va trascurato

Il lichen sclerosus non trattato può portare a cicatrizzazione irreversibile e distorsione dell’anatomia vulvare: fusione delle piccole labbra, seppellimento del clitoride, restringimento dell’introito fino alla stenosi. Porta inoltre con sé un rischio nell’arco della vita del 2–6% di sviluppare una neoplasia squamosa della vulva. È il motivo per cui la diagnosi precoce e il follow-up regolare non sono un dettaglio burocratico: sono parte integrante della terapia.

Lo standard di cura: dove arriva il cortisone e dove si ferma

Le linee guida internazionali sono concordi: il corticosteroide topico ad alta potenza è il trattamento di prima linea e va prescritto a tutte le pazienti al momento della diagnosi. Il follow-up viene generalmente programmato ogni tre-sei mesi nei primi due anni e almeno annualmente in seguito, per monitorare l’efficacia, l’aderenza e gli eventuali effetti avversi.

In caso di mancata risposta clinica si valutano gli inibitori della calcineurina; nelle forme resistenti al trattamento locale si considerano fototerapia o immunosoppressione sistemica.

Il problema è quantificabile: circa il 30% delle pazienti non ottiene la risoluzione completa dei sintomi dopo terapia corticosteroidea standard, e la percentuale sale al 30–40% se si considera in modo specifico la dispareunia. La ragione è biologicamente comprensibile — il corticosteroide agisce sull’infiammazione, non sul trofismo. Riduce l’attività di malattia, ma non ricostruisce un tessuto che ha già perso elasticità, spessore e vascolarizzazione.

È esattamente questo il divario terapeutico in cui si inserisce la medicina rigenerativa.

Il razionale biologico del PRP

Il plasma ricco di piastrine è un emocomponente autologo: si ottiene da un prelievo di sangue della paziente stessa, centrifugato per concentrare la frazione piastrinica. Le piastrine, una volta attivate, rilasciano un pacchetto di fattori di crescita e citochine — PDGF, TGF-β, VEGF, EGF, IGF tra i principali.

Su un tessuto affetto da lichen sclerosus, questi mediatori agiscono su tre processi contemporaneamente:

  1. Angiogenesi. Il lichen sclerosus è caratterizzato da compromissione del microcircolo; il VEGF stimola la formazione di nuovi capillari e migliora la perfusione dell’area.
  2. Proliferazione fibroblastica e sintesi di collagene. Il tessuto sclerotico ha una matrice extracellulare disorganizzata; il PRP non corregge il difetto di ECM1, ma può favorire un rimodellamento della matrice che ne compensi parzialmente la disfunzione.
  3. Modulazione dell’infiammazione. Alcune evidenze suggeriscono un effetto immunomodulante, sebbene meno caratterizzato rispetto ai due precedenti.

Il vantaggio strutturale del PRP autologo è la sicurezza immunologica: essendo derivato dal sangue della paziente, il rischio di reazioni immunitarie o di trasmissione di patogeni è sostanzialmente nullo. Il limite, come vedremo, è che questa sicurezza non equivale automaticamente ad efficacia dimostrata.

Cosa dicono gli studi: il quadro completo

Una revisione sistematica pubblicata sull’International Journal of Molecular Sciences nel settembre 2025 Beutler 2025] ha analizzato le terapie rigenerative nel lichen sclerosus vulvare: 7 studi selezionati, 130 donne complessive, condotti tra il 2016 e il 2024. Di questi, un solo studio randomizzato controllato e sei studi di coorte. È un dato che va tenuto presente prima di leggere qualsiasi risultato.

Gli studi favorevoli

Behnia-Willison, 2016 (28 pazienti). Dopo due cicli di PRP, le lesioni risultavano non più visibili nel 28,6% delle pazienti e ridotte nel 60,7%. Oltre la metà riferiva risoluzione completa dei sintomi soggettivi. Il dato più citato: a dodici mesi o più dal trattamento, l’82,1% delle pazienti non utilizzava più corticosteroidi, mentre le restanti li impiegavano sporadicamente.

Tedesco, 2022 (51 donne, tre sedute a distanza di 15 giorni, valutazione a 6 mesi). Riduzione statisticamente significativa di tutti i sintomi principali: prurito dall’80,4% al 21,6%, bruciore dal 51% al 15,7%, dolore dal 33,3% al 7,8%. La quota di pazienti completamente asintomatiche è passata dal 14,9% al 52,1%. Nessun evento avverso riportato. Da segnalare con onestà: la dispareunia è migliorata solo marginalmente (dal 37,3% al 31,4%, differenza non significativa).

Medina Garrido, 2023 (23 donne con risposta insoddisfacente ai corticosteroidi). Dopo tre infiltrazioni: prurito da 6,8 a 3,9, bruciore da 5,8 a 3,9, dolenzia da 4,1 a 2,5 su scala numerica. Miglioramento mantenuto ai controlli a sei e dodici mesi.

Boero e coll., Policlinico di Milano, 2024 (PRP da sangue cordonale). Studio pilota su PRP eterologo derivato da sangue di cordone ombelicale, che contiene concentrazioni superiori di molecole antinfiammatorie rispetto all’autologo. Tutte le pazienti hanno mostrato miglioramento dell’elasticità e del trofismo cutaneo, senza però modificazioni significative dell’architettura vulvare. Il 55,5% ha potuto ridurre il fabbisogno di corticosteroide di mantenimento; il 78% ha riferito un miglioramento globale; significativo anche il recupero di eccitazione e soddisfazione sessuale nelle donne con partner.

Lo studio che va letto per intero: l’RCT di Goldstein 2019

Nel 2019 Goldstein e collaboratori hanno pubblicato sul Journal of the American Academy of Dermatology l’unico studio randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo sul PRP nel lichen sclerosus vulvare: 29 pazienti, 19 trattate con PRP e 10 con placebo, due sedute a sei settimane di distanza.

I risultati non hanno mostrato differenze significative tra i gruppi. Sull’infiammazione istologica: miglioramento in 5 pazienti nel braccio PRP, nessuna variazione in 10, peggioramento in 4; nel braccio placebo, miglioramento in 5, nessuna variazione in 4, peggioramento in 1 (p = 0,542). Sullo score clinico riferito dalle pazienti, la variazione media è stata di −7,74 punti con PRP contro −9,44 con placebo (p = 0,654) — numericamente a favore del placebo.

Questo risultato va dichiarato, non aggirato. Va però letto per quello che è: uno studio su un campione ridotto, con due sole sedute a distanza di sei settimane — un protocollo meno intensivo di quelli impiegati negli studi di coorte con esito favorevole, che tipicamente prevedono tre sedute a intervalli più brevi. Va inoltre notato che l’end point primario era l’infiammazione istologica, mentre gli esiti che le pazienti riportano come prioritari — elasticità, dispareunia, qualità di vita — sono altra cosa.

Un secondo studio randomizzato PRP contro soluzione fisiologica, avviato in Australia nel 2020, è stato chiuso nel settembre 2024 con soli 34 partecipanti reclutati a causa della lentezza dell’arruolamento; i risultati erano attesi in pubblicazione.

La sintesi onesta

Gli autori della revisione sistematica 2025 concludono che le terapie rigenerative rappresentano un approccio aggiuntivo promettente, con potenziale documentato nel ridurre i sintomi clinici e nel migliorare qualità di vita, funzione sessuale e qualità tissutale. Sottolineano però che l’evidenza attuale è limitata da campioni ridotti, frequente assenza di gruppi di controllo, eterogeneità dei protocolli e follow-up brevi, e che servono studi randomizzati multicentrici con protocolli standardizzati per stabilire linee guida cliniche definite.

Tradotto in termini pratici per la paziente: il PRP è una possibilità concreta, non una certezza; è un’aggiunta, non un’alternativa.

PRP, lipofilling, nanofat, esosomi: le differenze

Il termine “medicina rigenerativa vulvare” raccoglie tecniche diverse per origine del materiale, invasività e meccanismo prevalente.

TecnicaMaterialePrelievoMeccanismo prevalente
PRP autologoConcentrato piastrinico dal sangue della pazientePrelievo venosoFattori di crescita, angiogenesi, stimolo fibroblastico
PRP da sangue cordonaleConcentrato piastrinico eterologo da bancNessun prelievo alla pazienteMaggiore quota di molecole antinfiammatorie; richiede valutazione del rischio immunologico
Lipofilling / lipotransferTessuto adiposo autologoMiniliposuzione (addome o coscia)Cellule staminali mesenchimali adipo-derivate, effetto volumetrico e antifibrotico
NanofatTessuto adiposo emulsionato e filtratoMiniliposuzioneFrazione cellulare senza componente volumetrica, infiltrabile intradermicamente
EsosomiVescicole extracellulariVariabileSegnalazione paracrina, microRNA immunomodulanti

Il lipofilling ha, sul piano dei dati pubblicati, risultati particolarmente solidi sulla fibrosi: nello studio di Boero del 2015 su 36 pazienti, il 94% ha riportato miglior trofismo di cute e mucose, il 75% miglioramento di calibro ed elasticità dell’introito, e il 95% ha sospeso l’uso routinario del corticosteroide topico. Nello studio di Monreal su frazione vascolare stromale (39 pazienti), il 94,87% mostrava miglioramento clinicamente significativo a 6 e a 24 mesi.

Il rovescio della medaglia è l’invasività: il lipofilling richiede un prelievo di tessuto adiposo, quindi una procedura chirurgica per quanto minore, mentre il PRP richiede solo un prelievo venoso. La scelta fra le due tecniche — o la loro combinazione, come nello studio di Casabona — dipende dal quadro clinico: prevalenza di sintomi irritativi contro prevalenza di fibrosi e perdita di volume.

Casabona, 2023 (72 pazienti, PRP associato a lipofilling). In pazienti non responsive al clobetasolo, la terapia combinata ha prodotto miglioramenti significativi su tutti gli score di qualità di vita e funzione sessuale. Il dato più netto riguarda il prurito: moderato-severo nell’83,3% delle pazienti prima del trattamento, solo nel 2,7% dopo.

Come si svolge il trattamento con PRP

I protocolli pubblicati sono eterogenei, ma condividono un impianto comune.

Step 1
Prima del trattamento

Diagnosi accertata di lichen sclerosus, se necessario confermata da biopsia mirata. Valutazione dell’aderenza e della risposta alla terapia corticosteroidea in corso: il PRP si propone come trattamento successivo alla prima linea, non al posto di essa. Esclusione di lesioni sospette, che vanno sempre indagate prima.

Step 1
Step 2
Il prelievo

Vengono prelevati alcuni millilitri di sangue venoso, generalmente 20 ml, raccolti in provetta dedicata con anticoagulante e centrifugati. Dalla centrifugazione si ottengono in genere 4–5 ml di concentrato piastrinico.

Step 2
Step 3
L'infiltrazione

Il PRP viene iniettato per via intradermica e subdermica nelle aree interessate dalla malattia. La procedura è ambulatoriale e dura pochi minuti.

Step 3
Step 4
Il numero di sedute

Gli studi impiegano schemi che vanno da due sedute a sei settimane di distanza a tre sedute a intervalli di 15 giorni o di 4–6 settimane. Gli studi con esiti sintomatici migliori tendono a utilizzare tre sedute.

Step 4
Step 5
Il decorso

Gli effetti avversi riportati sono limitati e transitori: ecchimosi nel punto di iniezione, dolenzia locale da lieve a moderata, gonfiore. Non sono stati riportati eventi avversi moderati o severi negli studi analizzati. Va detto con franchezza che la procedura non è indolore: nello studio del Policlinico di Milano il punteggio medio di bruciore durante l’iniezione è stato di 7,3 su 10, con tollerabilità complessiva definita moderata.

Step 5
Step 5
Il follow-up

Il PRP non modifica la necessità dei controlli periodici per il lichen sclerosus, che restano indicati con la cadenza prevista dalle linee guida.

Step 5

Chi può trarne beneficio, e chi no

Il profilo di candidata che emerge dagli studi è piuttosto definito.

Situazioni in cui il PRP ha maggior senso clinico

  • diagnosi accertata di lichen sclerosus, con terapia corticosteroidea già impostata e correttamente seguita;
  • persistenza di sintomi — bruciore, dolenzia, dispareunia, secchezza — nonostante il controllo dell’infiammazione;
  • perdita di elasticità e trofismo che compromette la funzione sessuale;
  • desiderio documentato di ridurre, non di abolire, il fabbisogno di corticosteroide di mantenimento;
  • controindicazione o intolleranza alle terapie di seconda linea.

Situazioni in cui il PRP non è la risposta

  • lichen sclerosus di nuova diagnosi non ancora trattato con corticosteroide topico: la prima linea va perseguita;
  • presenza di lesioni sospette per neoplasia intraepiteliale o carcinoma: la priorità è diagnostica, non rigenerativa;
  • alterazioni anatomiche già strutturate e cicatriziali, come fusione labiale avanzata o stenosi introitale serrata, dove il quadro può richiedere un approccio chirurgico o di lipofilling;
  • aspettativa di guarigione definitiva: il lichen sclerosus è una malattia cronica e nessuna terapia oggi disponibile ne modifica questo carattere;
  • discrasie ematiche, terapie anticoagulanti non gestibili, infezioni locali in atto: da valutare caso per caso.

Tre precisazioni che nessuna paziente dovrebbe leggere altrove

Il PRP non sostituisce il corticosteroide e chi lo presenta così sta semplificando. In tutti gli studi con esiti favorevoli, il PRP è stato somministrato dopo o accanto alla terapia standard. Una riduzione del fabbisogno di cortisone è un obiettivo realistico e documentato; la sua sospensione autonoma non lo è.

Il PRP non riduce il rischio oncologico e non lo si può presumere. Il rischio del 2–6% di neoplasia squamosa vulvare è legato al controllo della malattia nel tempo ed è documentato che sia la terapia corticosteroidea a incidere su questo aspetto. Nessuno studio ha dimostrato un effetto protettivo del PRP in questo senso. I controlli periodici restano indispensabili, indipendentemente da quanto ci si senta meglio.

Il PRP non ricostruisce l’anatomia già perduta. Lo studio sul PRP cordonale è esplicito: miglioramento di elasticità e trofismo, nessuna modificazione significativa dell’architettura vulvare. Se il clitoride è già seppellito o le piccole labbra sono già fuse, il PRP non le riporterà indietro. Su questo terreno le tecniche di lipofilling e, nei casi selezionati, la chirurgia hanno indicazioni diverse e più pertinenti.

Domande frequenti

Le domande più comuni

No. Il lichen sclerosus è una malattia cronica e nessun trattamento oggi disponibile porta a guarigione definitiva. Il PRP è studiato come terapia aggiuntiva, con l’obiettivo di migliorare sintomi, trofismo tissutale e qualità di vita nelle pazienti che non ottengono un controllo soddisfacente con la sola terapia corticosteroidea.

No, ma può contribuire a ridurne il fabbisogno. Nello studio del Policlinico di Milano sul PRP da sangue cordonale, la quota di pazienti che necessitava di corticosteroide di mantenimento si è ridotta del 55,5%. Nello studio di Behnia-Willison, l’82,1% delle pazienti non utilizzava più steroidi a dodici mesi dal trattamento. La sospensione va sempre concordata con lo specialista, mai decisa autonomamente.

I protocolli pubblicati prevedono da due a tre sedute. Gli schemi con tre infiltrazioni, a distanza di 15 giorni o di 4–6 settimane, sono quelli associati ai risultati sintomatici più consistenti. La cadenza va personalizzata sulla risposta clinica.

La procedura è ambulatoriale e rapida, ma non indolore. Gli studi riportano dolenzia da lieve a moderata all’inserimento dell’ago e bruciore durante l’iniezione, con punteggi che nello studio milanese hanno raggiunto una media di 7,3 su 10. Gli effetti collaterali sono limitati a ecchimosi e fastidio locale transitorio; non sono stati riportati eventi avversi seri.

Il PRP autologo utilizza componenti del sangue della paziente stessa, il che azzera sostanzialmente il rischio immunologico e infettivo legato al materiale. Il PRP eterologo, come quello da sangue cordonale, ha un profilo antinfiammatorio potenzialmente superiore ma comporta un rischio immunologico maggiore ed è ancora in fase di valutazione clinica.

Sono incoraggianti ma non conclusive. La revisione sistematica del 2025 ha individuato 7 studi con 130 donne, di cui uno solo randomizzato e controllato — con esito negativo sull’end point istologico. Gli studi di coorte mostrano miglioramenti sintomatici significativi, ma soffrono di campioni ridotti, assenza di gruppi di controllo, protocolli eterogenei e follow-up brevi. Servono studi randomizzati multicentrici con protocolli standardizzati.

I dati sono contrastanti. Alcuni studi riportano miglioramenti significativi della funzione sessuale, in particolare di eccitazione e soddisfazione; altri, come quello di Tedesco su 51 donne, hanno mostrato per la dispareunia un miglioramento marginale e non statisticamente significativo, a fronte di riduzioni nette di prurito, bruciore e dolore. La dispareunia nel lichen sclerosus è spesso multifattoriale, e può richiedere un approccio che comprenda anche la valutazione del pavimento pelvico.

Non ci sono evidenze in questo senso. Il rischio di neoplasia squamosa vulvare associato al lichen sclerosus, stimato tra il 2% e il 6% nell’arco della vita, si contiene con la diagnosi precoce, il controllo della malattia e il follow-up regolare. Il PRP non modifica in alcun modo la necessità dei controlli periodici.

Rispondono a bisogni diversi. Il PRP richiede solo un prelievo venoso ed è orientato a trofismo, vascolarizzazione e sintomi irritativi. Il lipofilling richiede un prelievo di tessuto adiposo e ha dati più solidi sulla riduzione della fibrosi e sul recupero volumetrico e di elasticità dell’introito. In alcuni protocolli le due tecniche vengono associate. La scelta dipende dal quadro clinico specifico.

Parlarne con uno specialista

Il PRP nel lichen sclerosus vulvare non è né la rivoluzione che alcune comunicazioni lasciano intendere, né la pratica priva di fondamento che il singolo studio randomizzato negativo potrebbe suggerire a una lettura sbrigativa. È un trattamento aggiuntivo con un razionale biologico coerente con la fisiopatologia della malattia, un profilo di sicurezza favorevole nella forma autologa, e una base di evidenze cliniche promettente ma ancora da consolidare.

Il criterio di scelta corretto non è “il PRP funziona?”, ma “in questa paziente, con questo quadro, dopo questa prima linea, il PRP ha senso?”.

È una domanda a cui si risponde in ambulatorio, dopo una valutazione clinica accurata — non su una pagina web.

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